L’ASCOLTO voglio e sono in grado di ascoltarti se...

image 1L’ASCOLTO

 voglo e sono in grado di ascoltarti se... 

L’ascolto è importante, è ciò di cui oggi si sente di più il bisogno e la mancanza e, visto che tutti amiamo parlare, è più che naturale che fatichiamo a trovare chi è disposto a tacere e prestare attenzione alle nostre parole, alle nostre richieste.

Quando finalmente qualcuno ci ascolta, non è poi così facile sentirci soddisfatti e spesso nutriamo mille riserve sul COME  siamo stati ascoltati, su singole parole pronunciate dal nostro interlocutore, su espressioni del suo volto che non ci hanno convinto, e via di questo passo. E lui, l’ascoltatore –a volte ascoltatore di professione- neppure lui è soddisfatto, spesso avverte un sottile disagio interiore, un’ inquietante sensazione di inadeguatezza, nonostante la propria disponibilità, lo studio della situazione, gli studi pregressi e le tecniche mutuate con convinzione dai maestri.

 

Alcune  professioni privilegiate che prevedono addirittura una platea di ascoltatori come, ad esempio, quella dell’insegnante, del dirigente d’azienda, o del rappresentante di un partito dovrebbero allora totalmente appagare il desiderio di essere ascoltati, di comunicare ciò di cui siamo profondamente convinti...Tuttavia,  nessuno di noi credo sia pronto a scommettere che quelle platee siano -come dire?- affidabili, non basta la condizione di trovarci, per scelta più o meno libera, nel ruolo di ascoltatore per renderci recettivi e collaborativi. L’insegnante, il dirigente, ogni figura che si espone ad una platea sa bene che occorrono qualità abilità e strategie per avvicinarla e che conquistarla non è poi così facile.

Proseguendo in questa direzione ci troveremmo a disquisire sulla volubilità delle platee vocianti e inneggianti agli idoli del mondo dello spettacolo, ma la riflessione che voglio proporvi è altra e diretta in particolare a chi fa dell’ascolto l’elemento qualificante della propria professione.

L’ascolto è desiderato e necessario, ascoltare è un’abilità che si raggiunge con anni di allenamento fondendo, integrando, sublimando tecniche strategie e autentico desiderio di porsi di fronte al nostro interlocutore in atteggiamento di accettazione e assenza di giudizio, è la summa di circostanze, sinergie e allenamento che si sostanzia  prima di tutto attraverso l’ascolto di sé.

È su quest’ultima affermazione, che potrebbe apparire contraddittoria, che vorrei soffermarmi. Ognuno di noi può essere un eccellente ascoltatore SE è riuscito a dotarsi di un “pre-requisito” assai speciale: ascoltare se stesso. Un pre-requisito per cui comprende e accetta i suoi limiti, i suoi desideri, i suoi bisogni, insomma vive una condizione emotiva di sostanziale equilibrio tra ciò che è e ciò che desidera essere, e da questo trae forza e capacità di dare ascolto all’altro.

In fondo, se riflettiamo e ripensiamo alle nostre esperienze anche pregresse, alle incomprensioni nostre nei confronti di altri o dell’altro nei nostri confronti, possiamo individuare un elemento comune: un animo, anche il nostro, ingombro di pensieri, ansie non risolte, inconsapevolezze che esplodono al contatto con le richieste dell’altro, mettendo in atto un circolo vizioso di risentimenti e progressivo reciproco allontanamento.

Ripartendo da noi e chiarendo a noi stessi ciò che vogliamo, ciò che possiamo ottenere e accettando che esiste qualcosa che, per ora, si pone oltre i nostri limiti, daremo avvio ad un circolo virtuoso: una volta che avremmo accettato noi stessi e solo allora,  l’accettazione e L’ASCOLTO dell’altro ci apparirà esperienza agevole e gratificante.

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In fondo, può sembrare di estrema banalità, ma se non siamo in grado di ascoltarci, e dunque di comprendere in che cosa vogliamo essere ascoltati, ancor meno saremo in grado di cogliere empaticamente i bisogni dell’altro che si rivolge a noi.

Propongo di spostare il fulcro dell’attenzione che da osservatori, formatori e professionisti dell’ascolto ora è direzionato sulla necessità di preparare l’ascoltatore e di stigmatizzare l’incapacità dell’ascoltatore esterno, per concentrare “l’occhio di bue” ovvero il faro seguipersone  –proprio come si fa in teatro sull’attore protagonista-, su di noi, su ciascuno di noi, affinché consapevolmente dal porci domande, otteniamo di interrogarci sulle questioni profonde della nostra vita per giungere finalmente a dialogare con noi stessi. È un esercizio essenziale, propedeutico, utile per la quotidiana convivenza civile, come per la quotidiana professione di ascoltatori, insegnanti, docenti, istruttori, ... counselor e terapeuti.

Un primo possibile obiettivo? L’ASCOLTO COSTRUTTIVO

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un a risentirci presto,

da Giancarla Mandozzi

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