Famiglia, immagine ed altre prigioni... (prima parte)

famiglia antica“Da quando sono nato ho passato la maggior parte del mio tempo sulla schiena,

così ho fatto la conoscenza delle persone da questa posizione...

so molto di più delle guance di mia madre e di mio padre viste da sotto

che di qualsiasi altra cosa!

Quando sono sulla schiena vedo cose che sono, per la maggior parte, sopra di me...

E le vedo da sotto naturalmente!

Questo è come le cose sono nel mondo...”

(Satir, 2000)

 

Dagli anni settanta ad oggi l’istituto famigliare è stato protagonista di una rivoluzione, nemmeno troppo silenziosa, che lo ha modificato profondamente e che ne ha resa impossibile una catalogazione e una campionatura precise: la famiglia è una realtà in movimento ed in continua trasformazione. Quando si cerca di definirla, almeno all’interno di società complesse come quella occidentale, ci si accorge che si tratta di una realtà che ognuno è in grado di riconoscere e identificare nel vissuto ma per la quale ogni definizione suona parziale, insufficiente, relativa. Nonostante questo, ben pochi dei manuali in circolazione offrono una visione della famiglia dal punto di vista della famiglia stessa: la sociologia infatti osserva la famiglia in generale, dall’esterno, ma quasi nessuno cerca di interpretare il fenomeno famigliare dal di dentro. Adottare il punto di vista della famiglia, significa precisamente guardare alla relazione interno/esterno così come la famiglia, diversamente da altri osservatori, osserva tale relazione, con i relativi problemi di interazione, confine e scambio.

 

La coppia che è al centro della coniugalità tende a stabilire regole e condotte, diritti e doveri, valori e principi, in modo autonomo, tende cioè, come la famiglia a cui dà origine, ad autonomizzarsi, ad essere norma a se stessa, a definirsi e a riconoscersi come sistema chiuso e privato, sempre più appartato dal contesto comunitario e sociale ma al contempo assolutamente invischiato in esso e nelle sue regole. Al di là del fatto che negli ultimi quarant’anni la famiglia sia diventata gradualmente meno “oppressiva”, la struttura sulla quale si fonda è comunque una struttura di potere: essa rimanda a legami che solo in parte vengono esplicitati, mentre per lo più restano latenti, nascosti, non detti o indicibili, anche se sono vissuti. Le relazioni famigliari sono definibili solo in parte e comunque in maniera riduttiva, mentre per altri aspetti rimangono fluide e sempre in divenire perché consistono di mediazioni che sono invisibili ad occhio nudo, non sono mai totalmente formalizzabili e di cui solo in parte, i singoli individui coinvolti sono consapevoli.

Oggi forse è molto più difficile crescere un figlio di quanto lo fosse cento anni fa, le sollecitazioni esterne sono innumerevoli, ci si sente in dovere di dare sempre di più... più cure, più tempo, più attenzione, più amore, più possibilità: i genitori sono sottoposti a forti tensioni, modelli sociali da eguagliare, traguardi da raggiungere, infinite possibilità di scelta davanti a sé e nessuna certezza su quale sia la migliore, aspirazioni e desideri. Nonostante queste difficoltà la famiglia viene considerata, soprattutto oggi, come l’unico luogo della società dove sia rilevante la persona nella sua interezza: essa non esiste per soddisfare una o alcune funzioni sociali ma una gamma potenzialmente infinita di esse, in quanto la famiglia è una relazione sociale piena, un fenomeno sociale totale che implica tutte le dimensioni dell’esistenza umana, da quelle biologiche a quelle psicologiche, sociali, economiche, politiche o religiose. “La famiglia resta, tra mutazioni affettivo-relazionali e trasformazioni socio-culturali, il luogo di elezione nella costruzione dell’identità soggettiva e sociale dei figli, il luogo dell’amore e delle regole, dove nasce la speranza e cresce la motivazione, dove trovano conferma perseveranza e talento come anche sofferenza e mal di vivere” (Spalletta, 2010).

La famiglia è mediazione tra natura e cultura, la relazione famigliare è il luogo dove gli elementi naturali (le determinanti bio-psichiche e genetiche) e gli elementi culturali (imitativi, appresi, riflessivi) trovano una loro composizione, è il luogo di mediazione tra pubblico e privato, l’ambito in cui l’individuo viene spinto fin da subito all’utilizzo di quel criterio differenziativo, primario nella formazione della personalità, del senso dell’identità e della capacità di relazionarsi all’altro, che consiste nel distinguere tra l’interno e l’esterno, ossia fra la sfera privata e quella pubblica dell’esistenza. Il sistema famiglia ha anche una sua particolare densità e realtà comunicativa, che coinvolge l’individuo a tutti i suoi livelli dell’esperienza: l’amore, che sta alla base di ogni relazione famigliare, risolve in modo molto particolare i problemi di comunicazione che lo riguardano.

Infatti esso può, in modo paradossale, intensificare la comunicazione rinunciando ad essa, servendosi cioè di una comunicazione indiretta e facendo affidamento su ciò che, nel linguaggio di tutti i giorni, può venir chiamato “comprensione” ma che nel mio linguaggio, come abbiamo già visto, è diventato semplicemente silenzio e “omertà”! C’è l’impossibilità di aprirsi al dialogo e alla profondità della comunicazione, c’è uno spazio interpersonale dove mancano le parole per dirsi e per dire all’altro cosa avviene in noi quando bussano i sentimenti. Il silenzio infatti è la prima regola da rispettare, all’interno di una certa tipologia di famiglia, perché solo l’assenza di parole che raccontino e raccolgano gli stati d’animo dei membri del nucleo famigliare può garantire l’omertà e far sentire questo nucleo protetto e al sicuro. In altre parole, nella vita quotidiana della famiglia, della mia famiglia, non è necessario un agire comunicativo, un chiedere dell’amante all’amato, del genitore al figlio: nella mia esperienza il sentire dell’uno deve mettere in moto l’agire dell’altro nel modo più immediato! E l’altro deve saper dare le risposte che l’uno si aspetta senza fare troppe obiezioni...

Ma sperare di conquistare l’amore grazie alla propria sottomissione alle norme, significa ritrovarsi nel “normale” stato di non sentirsi amati: se io penso che l’unica via per essere accettato sia quella di fare le cose che sono giuste per te, mamma o papà o fratello, dirò e farò qualunque cosa mi sembri possa portare a quello, non importa se sia vera o no, quel che importa è il mio sentirmi amata, la mia sopravvivenza, ed io in qualche modo l’ho messa nelle tue mani. Il patto che unisce i componenti della mia famiglia è sempre stato dunque “non ascoltare l’altro e non dialogare con lui a meno che non possa dirti solo quello che vuoi sentirti dire”. Questo pensiero mi ha portato a riflettere, soprattutto quando mi sono imbattuta in un’analisi di Virginia Satir relativa alla vita famigliare e così mi sono resa conto che la mia famiglia ripropone da sempre quelli che l’autrice elenca come fattori identificanti la famiglia “problematica”: autostima bassa dei suoi membri, comunicazione indiretta, vaga e non realmente onesta, regole rigide, non negoziabili e perenni e, in ultimo, legame con la società basato sulla paura e sulla tendenza ad evitare il conflitto. (Satir, 2000)

“La relazione famigliare è un legame tra generazioni ma è anche, indubbiamente, un legame interiorizzato di queste relazioni da parte dei singoli membri: dovrebbe esistere in ogni famiglia un principio di reciprocità, e la reciprocità essere scambio vicendevole, un andare avanti e indietro contemporaneamente mentre tutti i partecipanti allo scambio hanno uguale valore nel percepire, comprendere, attribuire, comunicare, attendere...” (Scabini, Donati, 1995) ed invece non sempre è così. Il legame famigliare nasce come incondizionato rapporto di dono ma convive con le dimensioni dell’obbligo e del debito: figli e genitori sono accomunati sia dal debito per la vita ricevuta, sia dal dono della vita stessa ed entrambi, debito e dono, creano una catena difficile da allentare.

Le caratteristiche essenziali della relazione educativa famigliare dovrebbero essere l’intenzionalità, l’asimmetria e, come già accennato, la reciprocità. L’azione di un genitore quindi, per essere propriamente educativa, dovrebbe essere caratterizzata da intenzionalità (cioè da volontà di chiarezza circa i fini e gli obiettivi, coscienza del proprio compito e ruolo, presenza della dimensione della progettualità), da reciprocità tra genitori e figli, per cui l’attività dell’uno rende possibile quella dell’altro, anche se genitori e figli sono diversi per esperienze, competenze e maturità e quindi il loro è un rapporto asimmetrico. Come ci deriva dagli studi sulla teoria dell’attaccamento, la caratteristica più importante dell’essere genitori è “fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi al mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto” (Bowlby,1988).

Lo sviluppo psico-somatico di un individuo è fortemente connesso all’accudimento ricevuto nelle relazioni primarie: diversi studi hanno dimostrato che le modalità e lo stile di attaccamento, in genere, verranno poi usati e riproposti in tutte le relazioni per il resto della vita. Primo fra tutti John Bowlby, proprio nella sua Teoria dell’attaccamento, enfatizza l’importanza dei primi legami affettivi ai fini dell’acquisizione della competenza sociale e dell’adattamento all’ambiente, gettando nuova luce sul modo di intendere il continuo intreccio tra fattori affettivi, cognitivi e sociali durante tutto il ciclo di vita dell’individuo. L’appropriazione, e cioè l’attitudine del bambino ad imparare, a prendere stabilmente dentro di sé quanto il genitore gli insegna, consiste in un apprendimento identificatorio, costituito non solo delle regole e dei limiti che il genitore trasmette esplicitamente al figlio, ma anche comprensivo di tutto l’apparato desiderante del mondo interno del genitore: l’altro significativo trasmette al bambino, più o meno implicitamente, come vorrebbe che lui fosse e il bambino introietta queste richieste ed aspettative come valori del suo sé ideale a cui cercherà di conformarsi. L’adulto, d’altra parte, nel suo ruolo di genitore assoggetta il figlio, e questo processo riguarda anche la trasmissione di tratti affettivi e comportamentali, segni e sensi che il genitore tramanda al figlio circa il proprio modo di essere al mondo, di intenderlo e di interpretarlo.

Si deduce da qui il peso cruciale delle figure genitoriali nello sviluppo della personalità dell’individuo e la funzione generativa che essi hanno del mondo interno, emotivo dei propri figli. Credo che l’aspetto essenziale del ruolo educativo dei genitori debba essere solo quello di essere veramente presenti... non esiste un modo corretto, che vada bene per tutte le situazioni, ma c’è sicuramente un modo sufficientemente buono per essere presenti nelle vicende che riguardano i figli: l’importante è che questa presenza venga avvertita e permetta al figlio di sentirsi sostenuto e protetto, senza per questo sentirsi costretto, e soprattutto che sia un modo utile per incrementare lo sviluppo di sentimenti di accettazione di sé e di fiducia nelle proprie capacità. Se il genitore sarà responsivo e competente, il figlio si sentirà accolto, amato e parte della famiglia, anche nei momenti più critici del suo ciclo di vita e saprà così accrescere la propria autostima e la capacità di gestire le situazioni con cui dovrà confrontarsi... ed è importantissimo che in tutto questo percorso i genitori prestino sempre una particolare attenzione a ciò che i figli pensano di se stessi!

“Le dinamiche famigliari possono costituirsi come fattore di modulazione dello stress oppure amplificare l’impatto degli eventi critici” (Spalletta, 2010): la posizione più proficua che la famiglia può avere nei confronti di un evento critico, di una decisione, di un cambiamento nella vita del figlio, è quello di assumerlo, di accoglierlo, perché l’evento esprime al meglio le sue potenzialità evolutive e di stimolo allo sviluppo solo quando viene “compreso” dalla famiglia (e questo purtroppo l’ho imparato a mie spese ogni volta che ho deciso per la mia vita ed ho commesso errori che non sono stati accolti come occasioni di crescita ma solo come l’ennesimo sbaglio). Nel nostro mondo psicologico, specialmente da bambini ma conseguentemente anche in età adulta, nulla è più importante della certezza di essere amati ed accettati dai nostri genitori per come siamo, indipendentemente da quello che facciamo. Questo permette a genitori e figli di esprimere le proprie esigenze, emozioni ed idee senza mai sentirsi giudicati. Tra gli anni ’60 e ’70, lo psicologo americano Thomas Gordon ha messo a punto un metodo di gestione costruttiva dei conflitti che consente alla famiglia di divenire luogo basato sul profondo rispetto dell’essere umano e delle sue capacità di autorealizzazione. Essere genitori “efficaci” vuol dire, nella prospettiva di Gordon, acquisire una serie di modalità relazionali, capaci di stimolare la crescita dell’autodeterminazione dei figli e per procedere lungo questa strada e creare un modo sufficientemente buono per relazionarsi, l’autore identifica criticamente un elenco di modalità tradizionali, non proprio corrette, utilizzate dai genitori per rivolgersi ai propri figli:

 

  1. Dare ordini, comandare
  2. Mettere in guardia, minacciare
  3. Esortare, moralizzare
  4. Consigliare, suggerire
  5. Insegnare, persuadere
  6. Giudicare, criticare, opporsi, biasimare
  7. Elogiare, assecondare
  8. Etichettare, ridicolizzare, umiliare
  9. Interpretare, diagnosticare, analizzare
  10. Rassicurare, consolare
  11. Inquisire, indagare
  12. Minimizzare, distrarre, cambiare argomento.

 

Tutte queste modalità (che mi fanno tanto pensare al V.I.S.S.I nel quale un buon counselor non deve mai rischiare di incorrere!) sono per lo più inefficaci ed anzi in molti casi assolutamente controproducenti perché possono comunicare ad un figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono considerati importanti, oppure possono suscitare in lui sensi di colpa o di inadeguatezza, o ancora portarlo a ritirarsi in una introversione assoluta o renderlo totalmente dipendente dalle direttive del genitore. Al contrario invece, “in una famiglia che favorisce lo sviluppo dell’autostima, i genitori rispettano l’individualità dei figli, non cercano di controllarli, di decidere al loro posto e non impongono il loro potere; li guidano nella vita ma nello stesso tempo accettano differenze e dissenso” (Giusti, Testi, 2006).

Un avvenimento difficile, contrario al pensiero inizialmente condiviso dal nucleo famigliare, è quello che costringe i membri a rivedere i propri legami: è l’accadere di cambiamenti nei legami famigliari e il loro contemporaneo essere salvaguardati che rende possibile la crescita, perché le relazioni si modificano proprio per poter essere preservate e perdurare. Crescere vuol dire cambiare, cambiare implica sottoporsi a nuove prove senza paura di fallire e senza il timore di essere considerati “sbagliati”. “La chiarezza e la congruenza della comunicazione, la trasparenza esplicita delle aspettative, l’espressione di tutta la gamma delle emozioni e dei sentimenti con l’assunzione della piena responsabilità non colpevolizzante, un clima di condivisione empatica, ironia rispettosa, piacere condiviso: tutto ciò consente di delineare i margini della comprensibilità nei momenti critici” (Walsh, 2008). I genitori che non riescono ad amare i propri figli nella loro diversità, nella loro unicità e a discapito delle loro scelte, sono spesso fuorviati dalle convenzioni sociali e dai timori che ne derivano e questo rischia di essere devastante: la conseguenza è una sola, se non siamo stati amati difficilmente riusciremo ad amarci!

Alla carenza di amore per noi stessi corrispondono delle zone oscure nella conoscenza di sé, perché ci sono parti di noi che non siamo assolutamente in grado di vedere e di apprezzare. Possiamo riconoscere una persona che non si è sentita amata dai genitori dal fatto che, invece di cercare obiettivamente di conoscersi, scoprirsi e a sua volta amarsi, rispecchia gli altri, i loro sentimenti e i loro comportamenti, laddove non conosce e non ama se stessa: Margaret Mahler chiama questo processo di “identificazione riflessa” e lo descrive nell’incessante ricerca della madre in ogni persona che il non amato avvicina, aspettandosi il riflesso dell’amore per lui nei suoi occhi. Da questo atteggiamento derivano dipendenza affettiva e incapacità di vedere e considerare il partner o la persona di riferimento come un altro individuo, si ha sempre la dolorosa sensazione di essere respinti anziché amati, anche quando non è vero, e questo è chiaramente indice dell’incapacità di amarsi (Schellenbaum, 1991).

Molti hanno la sensazione di non essere amati soprattutto perché, a loro volta, non sono capaci di amarsi, hanno la sensazione di un vuoto perenne, il bisogno di colmare un’assenza interiore che crea un senso di continua malinconia e quindi chiedono all’altro di colmare questo vuoto, questa fame d’amore. E’ da questo processo doloroso che si sviluppa la dipendenza affettiva: l’oggetto interno non sa essere rassicurante e cerchiamo la rassicurazione all’esterno. In realtà riproponiamo il legame insicuro instaurato con le figure di attaccamento... e in tal modo la fedeltà ai genitori è eterna! Anche perché mediamente gli individui, e a me è capitato per quasi tutta la vita negli incontri e nelle relazioni affettive, tendono ad interagire con chi condivide e conferma il loro personale concetto di sé e, per quanto possa sembrare assurdo ed un po’ masochista, se hanno un’idea di sé negativa scelgono chi confermi loro questa idea! “Questo modo di guardare “con oscurità” condiziona anche la ricerca delle esperienze stesse che verranno selezionate per confermare il buio anziché la luce” (Spalletta, 2010).

Questa tendenza dimostra l’importanza del bisogno che abbiamo di riuscire a controllare la realtà, e in particolare noi stessi e ciò che ci riguarda, anche quando si tratta di una realtà difficile e dolorosa ma che è.comunque conosciuta e riconoscibile. Infatti il concetto di sé è intrappolato in un sistema che si auto-alimenta e le disconferme all’immagine che abbiamo costruito di noi stessi, vengono percepite come minacce: “ogni individuo fa inconsciamente di tutto per ottenere un feedback coerente con il concetto di sé, attraverso una complessa e ampia rete di profezie auto-avverantesi che supportano le aspettative iniziali e le esperienze inglobate nel concetto di sé” (Giusti, 2002).

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