Una recensione... o quasi MURGATROYD STEPHEN, Il Counseling nella relazione d’aiuto, collana di Ed

counseling_relazione_aiutoUna recensione... o quasi

MURGATROYD STEPHEN, Il Counseling nella relazione d'aiuto, collana di Edoardo Giusti, Sovera, Roma, '95. Seconda ristampa '05

S. M. (1950, Bradford), scrittore, giornalista, psicologo, Trainer in Counseling professionale per la Scuola, l'Università, le Comunità e le Aziende.

Ha scritto testi sul Counseling in età evolutiva e per le crisi familiari. È membro della British Psycological Society.

Perché proprio questo testo?

Per tanti motivi e due in particolare che considero essenziali per la mia personale crescita di agevolatore e che, nelle molteplici recensioni disponibili su internet non ho trovato:

- le problematiche esposte da Stephen Murgatroyd, che ripercorrono l'approccio alla relazione d'aiuto di Carl Rogers prima e della Gestalt poi, ribadiscono un concetto fondamentale, quello dell'integrazione di diverse modalità nel counseling . M. ripete più volte che non esiste una "ricetta" valida da seguire e affida al facilitatore l'assunzione di un suo stile, che può contenerne tanti, uno in particolare, ma è soltanto suo

- le descrizioni minuziose delle responsabilità, delle doti di grande umanità e allo stesso tempo di abilità direttive concrete dell'agevolatore, che efficacemente aiutino la persona in bisogno ad accettare il cambiamento, ne amplificano il ruolo e con forza ribadiscono che la facilitazione e l'agevolazione non sono un'attività professionale, bensì un modo di essere

Counseling integrato dunque (fondamentale per chi, come me, vive da decenni un contatto privilegiato con il complesso mondo della scuola e della crescita di giovani e...docenti) e la serena percezione di una condizione esistenziale unica, quella del counselor, inequivocabilmente aliena da ogni forma polemica rispetto a psicologi e psicoterapeuti.

Il testo è rivolto ai più diversi operatori sociali, avvocati, medici, studenti e insegnanti, volontari e professionisti del Counseling, a operatori della prevenzione, a tutti coloro che sono accomunati dalla necessità di costruire con l'altro (cliente, collaboratore, utente, paziente) una relazione prima di tutto umana e dopo tecnica, ricca di attenzione, sensibilità e rispetto.

Per tutti questi attori sociali la prima regola sarà il ricordare costantemente di essere un ospite nel mondo esperienziale dell'altro.

Credo che il lettore ideale dell'opera possa essere chi ha già qualche solida conoscenza di approcci, strategie, tecniche di psicoterapeuti e padri fondatori del counseling (M. non dà alcuna indicazione degli autori eccellenti che nomina, forse convinto che il lettore li conosca).

Nella Prefazione al testo Edoardo Giusti scrive: "l'opera va letta e apprezzata fino all'ultima riga come uno dei migliori testi sul Counseling integrativo*, per la sua capacità di spaziare nei più diversi campi applicativi, di offrire strumenti pratici di lavoro, di stimolare il dibattito e la coscienza* di tutti gli operatori della relazione d'aiuto, come pure di quel lettore "profano" che, curioso e sensibile, volesse arricchire di un nutrimento esistenziale intelligente se stesso e tutte le proprie relazioni di vita".

* nel testo, in seguito, i due termini saranno integrato e consapevolezza

Nell'introduzione Stephen Murgatroyd definisce il suo testo non accademico, bensì "un'introduzione alla relazione d'aiuto che cerca di descrivere e spiegare una varietà di strategie di facilitazione, tattiche appropriate alle strategie, offrendo il supporto di ricerche affidabili", esempi ed esercizi per l'agevolatore.

Due i punti su cui l'autore si sofferma:

  1.  non intende usare "cliente" o "paziente", ma semplicemente "persona in bisogno" (va annotato che nel testo troviamo sempre questa definizione, ma mai il termine in lingua originale) e "facilitatore" per descrivere il lavoro di un agevolatore, operatore sociale o terapista
  2.  dà rilievo maggiore alla genuinità e all'impegno del facilitatore, rispetto alla certificazione dei suoi titoli; resta così fondamentale la ricerca che ogni facilitatore è chiamato a compiere per trovare un approccio con la persona in bisogno che sia "giusto per lui"

Il linguaggio del testo è scorrevole e quasi di tono colloquiale. L'operazione più difficile e assolutamente più importante è comprendere che cosa sta sollecitando la nostra mente, che cosa sta alterando le nostre aspettative, mentre leggiamo avidamente e come.

Prefazione e introduzione predispongono ad un approccio al testo facilitato e guidato, ma già dalle prime pagine il lettore incontra dubbi, incertezze e soprattutto una notevole difficoltà ad organizzare i contenuti. Si è indotti a tornare all'indice generale per trovarvi qualche semplificazione, si è tentati di ricominciare a leggere tutto da capo, ma non è così facile. Situazioni e problemi vengono esposti non in successione, né in ordine graduale: sono sempre tutti interconnessi, proprio come accade nella esperienza reale.

La visione complessiva del testo si è definita, per me, con un processo lento e faticoso, ma credo di esserne venuta a capo: aver compreso l'organizzazione concettuale a cui S. M. vuole condurre il lettore, mi ha permesso di attrezzarmi ed ho riorganizzato quello che il testo mi suggeriva in una mappa concettuale, articolata in poche voci.

Intendo partire da questa mappa concettuale, per presentarvi sinteticamente il contenuto del testo e i suoi più insistiti messaggi, in 3 puntate:

1^ puntata • Che cos' è la relazione d'aiuto
2^puntata

• I soggetti coinvolti: la persona in bisogno e l'agevolatore

• I tratti di base della relazione di facilitazione

3^puntata

 • Modalità della risposta dell'agevolatore

• Il contratto

 

1^ puntata

Che cos'è la relazione d'aiuto

L'aiutare è un tratto comune della vita di ogni giorno e facilitare e agevolare, intesi come sinonimi da M., non sono attività professionali, per questo c'è una gran varietà di modi in cui una persona può provvedere ad aiutare gli altri (M. individua sette forme basilari di aiuto: informare, agire direttamente, difendere, offrire verifica di ritorno, ecc...) in ciascuna delle quali ciò che conta non è chi fornisce l'aiuto, ma di quale natura sia l'aiuto stesso, perché lo scopo dell'aiutare è di assistere qualcuno a saper gestire meglio la propria vita. La Divisione di Psicologia Counseling dell'Associazione Psicologica Americana definisce l'agevolare: l'aiutare gli individui verso il superamento degli ostacoli alla loro crescita personale, ovunque questi possano incontrarsi; e Anne Jones, autorevole agevolatrice britannica: un processo di potenziamento, concepito per aiutare un individuo ad accettare la propria vita così com'è ed in ultimo a crescere verso una maggiore maturità attraverso l'apprendimento ad assumere responsabilità e a prendere decisioni per conto proprio.

È importante ribadire che ogni definizione di relazione di aiuto, necessariamente fondata sulla fiducia e sul mutuo rispetto, deve ricondurci al fatto che il facilitare è un processo complesso attraverso il quale soltanto è possibile quel cambiamento che si attendono la persona in bisogno (che può essere un individuo, un gruppo, una famiglia, una comunità) e il facilitatore.

2^ puntata

I soggetti coinvolti: la persona in bisogno e l'agevolatore

la persona in bisogno

L'espressione "persona in bisogno" induce a pensare ad un individuo che ha deciso spontaneamente di chiedere aiuto, ma il cliente spontaneo è raro; più frequentemente accade che di fronte a difficoltà e sofferenze le persone reagiscano rifiutando l'aiuto o accettandolo solo tramite terze persone. È evidente che la volontarietà o meno di ricerca di aiuto della persona è decisiva al successo di qualsiasi opera di aiuto, come lo è la motivazione, spesso non consapevole. Talvolta, ad esempio, la persona chiede aiuto al fine di evitare di prendere una decisione o fare un cambiamento, o al fine di usare il facilitatore come antidoto all'aiuto di altri (al facilitatore spetta ovviamente il compito di esaminare attentamente le motivazioni della persona che ha di fronte, come pure rispettare i confini precisi del suo ruolo).

Ipotizzando una relazione d'aiuto su base volontaria, vanno tenuti presenti comunque situazioni, aspettative, timori, ecc...che la persona in bisogno può nutrire preventivamente e che sarà compito dell'agevolatore risolvere.

La persona in bisogno è portata a temere che il facilitatore possa abusare della sua fiducia, ad esempio mal utilizzando o distorcendo o diffondendo informazioni riservate.

Molte persone in bisogno nutrono aspettative non reali di quello che può essere conseguito in un numero limitato di sedute e spesso possono avere aspettative irreali circa quello che si può conseguire e il tempo che occorre per conseguirlo.

Accade anche che la persona in bisogno si aspetti che il facilitatore assuma la maggior parte del lavoro (in realtà dovrebbe essere esattamente il contrario) o che ricalchi il comportamento di "modelli medici" che ha appreso e l'eventuale discordanza con le attività e le proposte del facilitatore le indurrà diffidenza, delusione, sfiducia, ecc...

La persona in bisogno può anche usare, più o meno consapevolmente, forme di manipolazione, "giochi" che hanno lo scopo di conseguire qualche risultato. M. ne elenca alcuni esempi: la persona in bisogno cerca di manipolare il facilitatore perché:

- sostenga la sua posizione "ho ragione, non è vero?"

- confermi che la situazione è proprio come la vede lei "mi dica quanto è brutta la mia situazione"

- la difenda contro il cambiamento "questo non ci porta da nessuna parte".

Ai facilitatori il compito di identificate rapidamente questi giochi.

La persona in bisogno nutre aspettative alte nei confronti dell'agevolatore: si aspetta che sia capace di esprimere calore genuinità e empatia verso le sensazioni che esprime, che abbia padronanza dei suoi pensieri, che sia diretto nella risposta ai suoi bisogni, che sia attento, competente, e capace di realizzare ogni cosa che sia necessaria, e non si aspetta che abbia difficoltà a comprendere i problemi che sta esponendo o a vedere la strada giusta per risolverli: insomma, le aspettative che la persona in bisogno nutre nei confronti dell'agevolatore sono irrazionali. Sarebbe bello che l'agevolatore potesse rispondere a tutte queste richieste e sempre con la stessa energia, ma non è razionale: è razionale, invece, aspettarsi che l'agevolatore, come ogni essere umano, abbia i suoi momenti di incertezza e le sue fragilità. M. insiste su questo punto e afferma che proprio perché l'agevolatore è un essere umano e fragile può essere capace di comprendere e aiutare una altro essere umano.

L'agevolatore

L'agevolatore è chiamato ad un comportamento etico nei confronti della persona in bisogno, a procedere attivamente e in modo graduale per far coincidere la strategia di aiuto ai bisogni della persona che ha davanti, sempre ricordando che l'aiuto è un processo dinamico che cambia in risposta agli eventi e alle circostanze. Molte sono le strategie consigliate e praticate con successo da autorevoli psicologi e facilitatori, che possono soccorrere l'operatore, e tuttavia spetta solo a chi sta vivendo l'esperienza di una relazione con una persona in bisogno la scelta più opportuna, e la piena assunzione di responsabilità della stessa, che inevitabilmente comporta una serie di doveri, come il non svelare informazioni riservate.

Abilità, bagaglio di conoscenze e competenze tecniche sono necessarie e tuttavia non garantiscono che l'aiuto avrà luogo. M. ricorda che Carl Rogers, a tal proposito, affermava che la facilitazione e l'agevolazione non sono un'attività professionale, bensì un modo di essere con un'altra persona.

L'agevolatore dovrà essere consapevole delle conseguenze che il processo di agevolazione ha per la persona che sta aiutando e per se stesso, così come sentirà il bisogno di rendere esplicite le supposizioni che sta facendo circa la natura della relazione e per questo M. suggerisce una lista di punti, come ad esempio:

- cosa dire alla persona in bisogno che la inviti ad avere fiducia nella persona del facilitatore

- cosa occorre per guadagnare fiducia della persona in bisogno

- quali sono le aspettative verso la persona in bisogno

- quale stile di lavoro sia appropriato

- quali sono gli scopi specifici della relazione di facilitazione.

La persona in bisogno può sentire ansia, sentirsi messa a confronto, può sentirsi insicura, ecc..., quello che importa maggiormente è che il facilitatore sia capace di essere sensibile ai suoi immediati bisogni.

È per questo necessario che lo stile del facilitatore combaci con lo stile di lavoro della persona in bisogno. Il termine "stile di lavoro" si riferisce alle forme di facilitazione che l'agevolatore mette in atto per interagire con la persona in bisogno: può accentrarsi sulla liberazione emozionale, essere direttivo o informativo e ciò esprimerà il suo personale tratto di stile. Alcuni facilitatori lavorano ampiamente con i processi di pensiero, altri lavorano largamente con i comportamenti, altri ancora si concentrano su sensazioni e emozioni, incoraggiando la persona ad esprimere emozioni. La focalizzazione di un facilitatore su uno di questi differenti tratti è parte del suo stile che ha come tratto finale l'area in cui il facilitatore è confrontativo o richiedente (pag. 59). È bene chiarire quest'ultimo termine: essere più o meno confrontativo significa cercare più o meno di spingere la persona in bisogno ad imparare su se stessa, a cercare la giusta informazione, ad esplorare i suoi sentimenti, a cambiare il suo comportamento.

Meritano attenzione i bisogni emozionali dell'agevolatore, i suoi punti di vulnerabilità che necessariamente deve conoscere e comprendere. L'agevolatore dovrebbe tener conto del modo in cui i suoi bisogni interagiscono con quelli della persona che sta cercando di aiutare per mantenere la fiducia nel proprio lavoro ed evitare eccessi che possono insorgere.

Un modo per accertare e superare i limiti del proprio lavoro è per l'agevolatore tenere un breve diario in cui siano elencate forze e debolezze provate nella relazione di aiuto: serve a registrare eventi e sviluppo nella propria attività, può aiutare ad evidenziare un modello del proprio lavoro. È di aiuto l'incontro regolare con un altro agevolatore, come la registrazione audio o video di una serie di sedute con una persona in bisogno (che abbia dato esplicitamente il suo consenso), la cui analisi permetterà di focalizzare "che cosa" e "come" in ogni momento sta accadendo.

I tempi sono certamente lunghi: norme, esempi e addestramento mettono in grado il facilitatore di crescere come persona, affinché sia capace di sviluppare il proprio stile di agevolazione e consulenza. Non c'è "un" giusto modo di aiutare un'altra persona, per cui l'agevolatore risulterà tanto più efficace quanto più sarà se stesso (nutrito da esempi ed esperienze anche di altri).

Un modo che M. definisce ancora più costruttivo è la supervisione, un termine preso in prestito dalla psicoterapia, dove la supervisione significa guida e sostegno in un modo non – direttivo e in un'atmosfera mutuamente benefica. Nella supervisione, l'agevolatore ha modo di condividere, esprimere dubbi, chiedere chiarimenti riguardo al complesso processo di facilitazione e agevolazione, sempre concentrandosi sul "che cosa" e "come".

Le modalità indicate sono strumenti utili anche per evitare di "bruciarsi": " il bruciarsi accade quando l'agevolatore o facilitatore si sente stanco, prosciugato e senza entusiasmo per un prolungato periodo di tempo (per esempio sei mesi). Egli sente che il lavoro che sta facendo non è apprezzato o efficace: che non è efficace come lo era una volta; che ci sono troppi impegni contrastanti nel suo tempo [...]" (pag. 153)

Il risultato di questi e altri aspetti che inevitabilmente si aggiungono ad accrescere uno stato i insoddisfazione e senso di inutilità e che molti considerano una sindrome, la sindrome del burn-out, è che l'agevolatore diventa progressivamente inefficace, confermando in questo modo le valutazioni negative già espresse sulle sue abilità.

Il rimedio più efficace è quello di ... prevenire: l'agevolatore deve comprendere le cause molteplici che possono indurre un simile stato e anticiparne gli effetti; di norma, le cause riguardano il tipo di agevolazione (ripetitivo, o, al contrario, di grande dispendio del proprio patrimonio emozionale senza o con poco contraccambio...), la pressione costante del tempo richiesto per produrre risultati, l'assenza di sostegno da parte di colleghi, non avere l'opportunità di addestramento o progressiva educazione, o supervisione, conflitti personali non risolti.

M. riassume la strategia utile a prevenire il burn-out con una indicazione precisa: il facilitatore/agevolatore deve assumere la responsabilità personale del suo benessere. Piuttosto che biasimare il sistema o l'organizzazione o la mancanza di un centro locale di addestramento, "l'agevolatore deve fare i suoi passi per assicurarsi di evitare di bruciarsi" (pag. 155), facendo sì che la sua agevolazione rappresenti un continuo investimento nel suo sviluppo come persona. Piuttosto che concentrarsi su ciò che lo limita, l'agevolatore deve attivarsi nella ricerca di tattiche per aiutare se stesso. Come? Ad esempio, inducendo variazioni nel proprio lavoro che non necessitino del permesso di altri, pendendo iniziative per altri Progetti, senza aspettare che questi vengano proposti dal sistema, avendo cura della propria salute fisica con il riposo, il sonno, la dieta, l'esercizio, e di quella psichica, sviluppando nuove amicizie, coltivando interessi effettivi fuori de lavoro, riducendo il carico di lavoro. Ciò che conta, in definitiva, è il non consentire al lavoro di invadere altre attività, tenendolo nella sua giusta prospettiva.

Alle condizioni suddette, il facilitatore/agevolatore si impegnerà nel processo di aiuto con un alto livello di energia e affidamento, consapevole di fungere da modello per la persona in bisogno per incoraggiarla ad autorivelarsi.

I tratti di base della relazione di facilitazione

I tratti base della relazione di aiuto, che possono determinare il successo o il fallimento, per S.M. vanno identificati nelle tre qualità del facilitatore, delineate da Carl Rogers: empatia, calore e genuinità che analizza singolarmente.

L'empatia, intesa come capacità di sperimentare il mondo di un'altra persona, come se fosse il proprio, implica che il facilitatore sia sensibile di momento in momento al cambiamento dell'esperienza. Il facilitatore potrà riflettere indietro o riassumere il significato di quanto detto dalla persona in bisogno, attento al modo con cui la persona si è espressa. Esistono esercizi pratici che possono aiutare il facilitatore a sviluppare le sue capacità di empatia, come ad esempio, praticare la riflessione del contenuto con altre persone (amici, colleghi di lavoro, familiari), o lavorare ad aumentare il proprio vocabolario di emozioni (usando dizionari, romanzi e film).

Il calore è il tratto di aiuto definito anche accettazione, sguardo positivo senza condizioni: il facilitatore apprezza la persona in bisogno e fa in modo che si crei un clima all'interno del quale la persona in bisogno può sentirsi sicura. Si tratta di un elemento essenziale poiché il cambiamento, che è l'obiettivo della relazione di aiuto, potrebbe essere scoraggiato, rifiutato dalla persona che non si sentisse prima di tutto accettata e compresa così come è dal facilitatore. Occorre sempre ricordare che il cambiamento avverrà se e soltanto se la persona in bisogno comincerà ad aprirsi alla possibilità di cambiare e sviluppare. L'accettazione implica l'ascolto attivo e la condivisione di intuizioni, osservazioni, valutazione di pensieri, sensazioni.

La genuinità, o autenticità come altri preferiscono definirla, è il tratto che incoraggia una comunicazione aperta e sincera tra la persona in bisogno e il facilitatore: è essenziale in quanto solo l'autenticità espressa dal facilitatore potrà indurre la persona in bisogno a smettere di fingere, negare, nascondere o dissimulare i suoi pensieri e sensazioni, come frequentemente è indotta a fare (creando una forte e talvolta inconsapevole resistenza al cambiamento). Il facilitatore, nei momenti in cui lo riterrà necessario, sarà spontaneo, piuttosto che pre-programmato o recitativo e potrà anche autorivelarsi per dimostrare di essere in armonia con la persona in bisogno.

Oltre a empatia, calore e genuinità, S. M. indica altri tratti-base di agevolazione, come concretezza, immediatezza e confronto, su indicazione di Robert Carkhuff.

Ad un'attenta lettura non sfugge che:

• non si tratta di aggiungere qualità a quelle individuate da Rogers, bensì di analizzarle e scomporle in precise attività, un'operazione molto utile all'agevolatore alla ricerca del suo stile e vòlto ad un'indagine dettagliata del processo della relazione d'aiuto

• i consigli e le indicazioni di Rogers al facilitatore ora si traducono in precisi compiti da eseguire consapevolmente e con accuratezza: il verbo che ricorre per le attività del facilitatore d'ora in avanti è "deve".

Così dal momento che la concretezza, per Carkhuff, significa specificità il facilitatore deve appurare se e quanto la persona in bisogno sia specifica per ciò che concerne il significato dei termini che usa (nell'esprimere immagini, pensieri o sentimenti); l'essere concreti insomma richiede che il facilitatore si assicuri che la persona in bisogno sia diretta all'esatto significato della situazione che sta sperimentando e alle sue reazioni a questa. Questo comporta che il facilitatore ponga domande del tipo: "...che cosa intendi per?...", oppure "...quando dici che senti, puoi essere preciso circa questa sensazione...?". Supporre semplicemente che la persona in bisogno usi termini che abbiano lo stesso significato per lei e per il facilitatore, rischia di compromettere la comunicazione nella relazione, perché questa identità di significato si verifica assai raramente.

L'immediatezza è il compito che spetta al facilitatore di riportare la relazione al "qui ed ora", incoraggiando la persona in bisogno a parlare dei suoi pensieri e delle sue emozioni come accadono, scoraggiandola dal pensare al passato o al futuro. Questo implica che l'agevolatore incoraggi la persona ad essere onesta con se stessa, ad impegnarsi in un'aperta comunicazione, a condividere pensieri e sensazioni che prova, ad esplorarli e il facilitatore deve rapportarsi in termini uguali. È questa la fase centrale della relazione d'aiuto perché permette al facilitatore di appurare se e come il suo aiuto è recepito dalla persona: su questa base proseguirà la relazione.

Il confronto è riferito al compito del facilitatore di evidenziare le discordanze tra come il facilitatore vede la persona in bisogno e lei stessa, e può condurre ad accertare tre diversi tipi di disaccordo:

1. tra sé reale e ideale della persona in bisogno

2. tra quello che la persona pensa o sente e quello che fa realmente

3. tra mondo reale visto dal facilitatore e mondo fantastico visto dalla persona in bisogno.

Il confronto è un tratto potente di una genuina relazione di aiuto e deve essere gentile, non coercitivo. M. porta esempi di persone in bisogno che dicono, affermano, sostengono pensieri e sensazioni su cui l'agevolatore interviene con frasi del tipo: "...non sembri...", "...non mi sembra che...", "...non credo..."

M. conclude che sei sono i tratti base della relazione di facilitazione, nella quale il facilitatore ha la funzione di incoraggiare la persona in bisogno ad autorivelarsi, scoprire opinioni e impegnarsi in un'onesta interazione con gli altri.

3^ puntata

Modalità della risposta dell'agevolatore

Il compito frequente del facilitatore o agevolatore di aiutare la persona in bisogno a fronteggiare meglio eventi problemi (autosostegno) si realizza in tre modi:

- insegnare nuove capacità, attraverso un tirocinio nell'assertività per destreggiarsi nel sociale

- rinforzare le capacità già presenti, incoraggiando o fornendo nuove informazioni

- ripristinare l'abilità della persona, dopo un precedente tentativo fallito.

M. esamina questa terza situazione, corredandola di esempi (Jean, prossima agli esami in un collegio di Scuola Secondaria che si prepara seriamente e cerca continue conferme della sua preparazione con amici, chiedendo quindi un supporto sociale, e Mike che, nella stessa situazione, non si applica e si augura di conoscere le risposte, credendo vero ciò che desidera. Stessa situazione, due diversi atteggiamenti). Fronteggiare è comunque una parte del processo di interazione con l'ambiente sociale e non è un singolo atto, bensì una serie di attività, una strategia che la persona mette in atto e che può contribuire a rendere una situazione più o meno angosciosa.

Sono state individuate tre strategie di sostegno:

- cercare di cambiare la situazione in modo da risolvere il problema, ricercando un compromesso tra i bisogni della persona e quelli degli altri, discutendo a fondo la situazione con coloro che sono maggiormente coinvolti

- ridefinire il significato di una situazione, razionalizzando l'esperienza, mutando l'esperienza i n positiva

- controllare l'angoscia, quando si verifica, inducendo rilassamento e calma.

Alcune di queste strategie sono più efficaci delle altre? In realtà, le persone che più efficacemente fronteggiano sono risultate quelle "capaci di muoversi tra queste strategie con agio". (pag. 69)

La persona che vive una situazione problematica, angosciosa e che sia in grado di procedere all'autosostegno, si pone una dopo l'altra due domande: "Sono OK o sono in difficoltà?", e poi "posso fronteggiare la situazione?". Si tratta di due diverse fasi, la prima è una valutazione che induce la persona a rapportare gli eventi ai suoi punti saldi, al modo in cui vede se stessa, la seconda fase è quella che consiste nel cercare nel proprio repertorio di sostegno un'appropriata risposta.

Può accadere che la persona abbia una scarsa valutazione di sé, non abbia nel proprio repertorio esperienze utili o che non abbia risorse materiali appropriate per fronteggiare la situazione: quando questo accade, la persona è in crisi e la sua difficoltà si manifesta in diversi modi (M. ne elenca alcuni alle pagg. 72-73).

Di fronte alla persona in crisi, l'agevolatore ha precisi doveri, ben sette gradi o livelli da intraprendere (pag. 73-74), come a dire che "al facilitatore occorre instaurare un rapporto e un mandato da parte della persona in bisogno attraverso l'uso dell'empatia, del calore e della genuinità, oltre a un chiaro contratto per lavorare con la persona" (pag. 75).

Gli obblighi elencati costituiscono "l'ideale" di un'agevolazione, in pratica sono la scorta di possibilità che l'agevolatore dovrà personalizzare e adattare alle diverse esigenze della persona in bisogno (sostegno urgente, livelli diversi di necessità: dal pianificare e assumere decisioni, alla capacità di essere assertivi piuttosto che aggressivi).

È naturale ipotizzare che di fronte ad una persona in crisi, l'intervento del facilitatore e dunque l'addestramento della persona in bisogno sarà più direttivo oltre che più breve (data l'urgenza).

Una prima forma di intervento che M. esamina in questo ambito è l'addestramento all'integrazione sociale (Social Skills Training) che implica un rapporto più direttivo che informativo in cui l'agevolatore comincia la valutazione del bisogno con l'osservare l'attuale comportamento della persona. È l'approccio comportamentale: l'agevolatore si concentra su un comportamento osservabile, piuttosto che sulle affermazioni della persona. Il riferimento all'approccio della Gestalt è evidente e insistito, anche se non esplicitato. Nelle pagg. 83-88, M. enuclea dalla Gestalt tecniche modalità, fasi della relazione di aiuto.

La seconda forma di intervento esaminata è quella di modificare o cambiare il pensiero, ovvero il modo in cui pensa una persona di se stessa mentre sta vivendo angoscia. Il metodo di agevolazione questa volta è mutuato da Albert Ellis allo scopo di indurre la persona ad autoraccontarsi, dal momento che è provato che questa esperienza verbale influisce sulla risposta emotiva della persona e dunque può determinarne le azioni. La persona che si racconta permette all'agevolatore di osservare come si valuta, quali desideri, preferenze, auspìci nutre, quali forme di resistenza attua nei confronti dell'ambiente: è un richiamo evidente alle modalità di resistenza al contatto della gestalt. Anche se M. non lo esplicita, si sta componendo il quadro di una relazione di aiuto semidirettiva, gestaltica.

Il quadro si completa con gli esempi dell'agevolare le emozioni e il corpo. Ogni forma di agevolazione è connessa con il pensiero, il comportamento e le sensazioni, dal momento che questi tre tratti sono nella persona inestricabilmente legati. Pertanto il facilitare riguarda l'intera persona: pur avendo già utilizzato modalità e approccio della Gestalt, solo ora M. avverte: "l'essenza di questo capitolo [agevolare le emozioni] è basata su quella che è conosciuta come Agevolazione Gestalt". Nel capitolo troviamo espressioni più consone a un clima direttivo: l'agevolatore strappa forti emozioni" (pag. 108,109). I riferimenti alla modalità della Gestalt spaziano dal linguaggio (l'agevolatore chiede alla persona di parlare in prima persona singolare), alle tecniche singolarmente esaminate.

La relazione d'aiuto più enfatizzata secondo M., è quella individuale, tuttavia molta parte dell'attività di consulenza ha luogo in gruppi, una notevole varietà di gruppi.

Il lavoro del facilitatore, di conseguenza, può assumere una gran varietà di forme, come incontrare diverse difficoltà legate alle dinamiche del gruppo stesso e ai suoi componenti. Bussola di navigazione in questa complessa situazione è ancora l'approccio rogersiano che M. richiama esplicitamente, al fine di evitare sia che il facilitatore assuma il ruolo di leader, soffocando il gruppo e gli obiettivi dei componenti del gruppo, sia che il gruppo o qualche esponente dello stesso prevarichi il ruolo del facilitatore. È fondamentale, per questo, che preliminarmente il facilitatore si interroghi sugli obiettivi del gruppo ed anche sulle proprie motivazioni a condurlo.

Il contratto

"La parola contratto è infelice perché implica per molti una formalità e un grado di impegno che è rigoroso, specialmente se la loro esperienza di contratti è interamente legale, [ma] è un modo di assicurare che entrambe le parti inizino una relazione di aiuto con chiarezza circa i suoi scopi e la sua durata". (pag. 54)

Nel pieno rispetto dell'approccio rogersiano e nella piena consapevolezza della responsabilità che il facilitatore si assume di fronte alla persona in bisogno, il contratto dunque è quella chiara definizione dei limiti e delle possibilità dei soggetti che la relazione mette di fronte l'uno all'altro. Sarà cura del facilitatore prevedere in esso risposte a domande fondamentali (sulla durata delle sedute, sulle condizioni, ecc...), anche se la persona in bisogno non ha pensato di porle, e alcuni punti (M. ne elenca numerosi alla pag. 61) che esplicitino le sue aspettative circa la relazione d'aiuto.

L'abilità di un corretto ed efficace facilitatore (capace di prevenire irreali aspettative della persona in bisogno, ad esempio) si evince dalla chiarezza e precisione del contratto, che possiamo intendere come il programma di agevolazione, concordato con la persona in bisogno.

 

giugno 2011                                                                                                                             Giancarla Mandozzi

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